La candidatura dell'Arte della Calzatura Italiana alla Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell'UNESCO ha portato al centro del dibattito pubblico competenze spesso sottovalutate.

L'iniziativa invita a guardare oltre la scarpa come oggetto finito, spostando l'attenzione sul processo e sulla trasmissione del mestiere.

Per Moreschi, che nasce a Vigevano e che oggi lavora per riaffermare qualità, manifattura italiana e attenzione ai dettagli, questo percorso rappresenta un segnale importante. È il riconoscimento della storia di migliaia di artigiani, imprese e territori che hanno contribuito a rendere la calzatura italiana una delle espressioni più riconoscibili del saper fare italiano nel mondo.

 

Perché questa candidatura conta

Ottenere il titolo UNESCO darebbe una cornice culturale a un sapere che vive ancora nel lavoro quotidiano di aziende, artigiani e distretti.

Il percorso è stato avviato formalmente l'11 giugno 2026, al Salone degli Arazzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, nel corso dell'Assemblea Generale 2026 di Assocalzaturifici, con l'ufficializzazione del Comitato Promotore presieduto da Giovanna Ceolini e composto da Museimpresa, CERCAL e Politecnico Calzaturiero.

Al Comitato, in collaborazione con la Cattedra UNESCO dell'Università Unitelma Sapienza, spetterà la redazione del dossier tecnico e il coinvolgimento delle comunità di praticanti: modellisti, tagliatori, orlatori, montatori, designer.

Andrea Usuelli, CEO di Moreschi, ha dichiarato:

«Questa candidatura racconta qualcosa che chi lavora nel nostro settore conosce bene: una scarpa italiana non è soltanto un prodotto, ma il risultato di esperienza, manualità, ricerca e passione. È un patrimonio costruito nel tempo da migliaia di artigiani e aziende.»

In un momento storico in cui molti saperi manuali rischiano di essere dati per scontati, riconoscere il valore culturale della calzatura italiana significa riconoscere il lavoro di intere generazioni e di una filiera che attraversa distretti, scuole tecniche e imprese familiari.

 

Un riconoscimento collettivo, non di un singolo marchio

Una scarpa ben fatta non vale solo per il materiale o per il nome che porta, ma per le competenze necessarie a realizzarla.

In modo analogo, il valore della calzatura italiana non risiede soltanto nell'estetica, ma nella capacità di unire funzione, proporzione, qualità dei materiali e attenzione al dettaglio. È un patrimonio che nasce da una rete di competenze diffusa su più territori, e che vive in particolare nelle regioni che sostengono la proposta in virtù delle proprie tradizioni calzaturiere consolidate, come Lombardia e Toscana.

Se il percorso dovesse concludersi positivamente, l'arte della calzatura italiana sarebbe la prima al mondo a ottenere questo riconoscimento nel comparto manifatturiero. Fino a oggi, infatti, i titoli UNESCO legati alla moda hanno riguardato esclusivamente le produzioni tessili. Questo non è tanto un primato da rivendicare, quanto un segnale di come la calzatura sia stata finora un sapere meno raccontato di quanto meriti, nonostante l'evidente riconoscibilità internazionale del prodotto italiano.

 

Moreschi e Vigevano: una storia dentro una narrazione più ampia

Moreschi condivide parte di questo straordinario racconto. Fondata a Vigevano nel 1946, l'azienda nasce in uno dei luoghi simbolo della tradizione calzaturiera del Paese, dove la scarpa ha segnato per decenni il tessuto produttivo e sociale del territorio. Non a caso, è proprio a Vigevano che ha sede il Museo Internazionale della Calzatura, testimonianza pubblica di un legame fra città e mestiere che precede di molto la nascita dei singoli marchi.

Pelle lavorata per la realizzazione di una calzatura Moreschi

Andrea Usuelli ha dichiarato:

«GLAM sta lavorando per riportare Moreschi ai valori che l'hanno resa un punto di riferimento: qualità, manifattura italiana e attenzione ai dettagli. Per questo guardiamo con grande favore a iniziative che contribuiscono a dare il giusto riconoscimento a un sapere che rappresenta una delle eccellenze del nostro Paese.»

Tornare a quei valori significa, in concreto, lavorare su rifiniture che richiedono anni di esperienza per essere eseguite con coerenza e su una costruzione che non cede alla scorciatoia industriale. È lo stesso principio che guida modelli come quelli della linea Heritage, pensati per durare nel tempo attraverso un numero elevato di fasi di lavorazione artigianale: non un esercizio nostalgico, ma una scelta concreta di posizionamento.